Masolino D'Amico: «Nessuno come Paul Auster sapeva raccontare la gente comune»

Masolino D'Amico: «Nessuno come Paul Auster sapeva raccontare la gente comune»
Uno scrittore molto americano, un cronista del suo tempo, mosso da un vero interesse, da genuina curiosità. I suoi libri su New York sono bellissimi. Ascoltava moltissimo e...

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Uno scrittore molto americano, un cronista del suo tempo, mosso da un vero interesse, da genuina curiosità. I suoi libri su New York sono bellissimi. Ascoltava moltissimo e riferiva moltissimo, con una sua leggerezza, una sua fragilità». A parlare è l’anglista, saggista e traduttore Masolino D’Amico, ex professore ordinario alla Terza Università di Roma.


Com’era Paul Auster di persona?
«Una volta che venne a Roma ebbi l’occasione di conoscerlo, andammo a pranzo insieme. Era un bellissimo uomo. Assomigliava a Tony Curtis: alto, molto simpatico».


E quali sono le sue opere migliori?
«Quella famosa Trilogia di New York, in cui ci sono i bar, ci sono le strade, quello che dice la gente, senza nessun tentativo di fare scandalo o rimestare nella cronaca nera. E poi c’è quello su cui hanno anche fatto un film...»


“Smoke”, con Harvey Keitel?
«Esatto, racconta la gente del quartiere, e non è tanto usuale. Gli scrittori americani lo hanno fatto tantissimo, ma lui ha scelto un’angolazione molto originale, quella in cui è più facile riconoscersi. Auster parlava di persone normali: non ci sono gangster, non ci sono i poliziotti che la metropoli potrebbe suggerire. Era uno scrittore popolare, senza posare come tale, pur essendo abbastanza aristocratico, uno scrittore molto fine».


Quali altre qualità aveva?
«Aveva il dono della limpidezza. Era facile da leggere. Ma non come un giornalista, che è molto legato alla contemporaneità. Era al di fuori di tutto questo, era semplice, uno con cui ci si sintonizzava facilmente senza nemmeno accorgersene».


Ci sono anche libri come “4 3 2 1” in cui un personaggio viene accompagnato in quattro diversi percorsi alternativi. È questa una sua costante?
«Sì, voleva raccontare come si cambia. In Smoke il protagonista fotografa un incrocio e poi segue i suoi mutamenti negli anni. Torniamo sempre lì. Lo sguardo sul quartiere. Si segue l’evoluzione, ma senza drammi. Auster ci esortava a vivere. Non siamo mai fermi, ma siamo sempre noi. È questa la sua caratteristica principale».


È anche uno scrittore che ha conservato una sua levità di stile malgrado tutti i rovesci della vita, vero?
«Sì ha conservato una sua integrità artistica, è restato lo stesso scrittore pur vivendo tante peripezie personali. In questo la matrice ebraica è importante: la famiglia, restare sé stessi, guardare le cose con concretezza. Pur senza posare mai come scrittore ebreo americano, apparteneva a quella tradizione».


Da quale libro cominciare a leggere Paul Auster?
«Va bene qualsiasi libro. Ma certo, la Trilogia di New York va bene perché fissa un momento della storia della città, un decennio, ed è molto riconoscibile. Ma non è uno scrittore che ha avuto degli alti e dei bassi. Ha mantenuto sempre una qualità alta. È stato molto vicino al suo tempo, al suo momento. Qualsiasi momento va bene».


Avrebbe dovuto vincere più premi?


«I premi, che cosa importano? Auster non aveva alcun bisogno di celebrare un’opera piuttosto che un’altra. I premi servono a segnalare qualcuno, ma lui non ne ha mai avuto bisogno, è sempre stato presente».

 

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Il Messaggero